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Prima Pagina un servizio di Albaria per evidenziare alcuni avvenimenti che corredati da immagini fotografiche potranno essere in seguito pubblicati anche sulla rivista Albaria Magazine

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AMILCARE "IL FULMINE" A MONDELLO

Di Alessandro Costanzo Matta

Nel diciottesimo anno della I Guerra Punica (247 a.C.) il comando delle forze cartaginesi in Sicilia fu affidato al valoroso Amilcare soprannominato Barca, ovvero il fulmine (dall'ebraico Barak: folgore).
Sbarcato sulle coste settentrionali dell'Isola, allora quasi interamente controllate dai Romani, si mise al riparo sull'Heirktè (l'odierno Monte Pellegrino). La mole calcarea del monte, per la sua asperità ed inaccessibilità, lo rendeva una vera e propria fortezza naturale. Il grande stratega cartaginese vi impiantò il suo accampamento e per ben tre anni minacciò i Romani asserragliati nella città di Palermo. Una guerra di logoramento quella di Amilcare: poche navi, azioni improvvise, continue incursioni, bersagli sempre diversi. Quattromila cinquecento cavalieri romani cercarono di espugnare il monte, ma non vi riuscirono.
"La storia da circa tre secoli prima della venuta di Cristo" -scrive il Lo Valvo- "segna la potenza naturale di quel Monte Ercta che per così lungo tempo servì da asilo al numeroso esercito cartaginese, dando mezzo allo intrepido suo condottiero, che pose le sue tende sulla cima, di rifornirsi per la via del mare e, certamente dal lato dell'Addaura e di Mondello, di compiere scorrerie sulle coste siciliane ed italiane, fino a Cuma". Solo nel 244 a.C. il figlio di Amilcare, Annibale, decise di ritirarsi da Monte Pellegrino e da Mondello per dar manforte al padre sul monte S. Giuliano (Erice).
Si ritiene che a quei tempi la baia di Mondello fosse vastissima. Nella "Storia della Sicilia" del Fazello, si fa spesso riferimento, come fonte attendibile, a Polibio. Ebbene, secondo lo storico greco, il Golfo di Mondello era così grande che proprio Amilcare Barca vi trovò porto sicuro per il suo "numeroso naviglio" che recava il mostruoso nano "Bes" (mostrousa divinità apotropaica fenicia) effiggiato sulla prora per intimorire i nemici. Sostenendo così la tesi che il mare s'internasse moto più rispetto all'attuale linea di battigia, fino a lambire quasi la borgata di Partanna.
Ma a confutare tale possibilità il La Duca scrive: "Molti hanno ritenuto che il porto di cui parla Polibio, narrando delle operazioni militari che si svolsero nel 248 a.C., durante la I guerra Punica e che videro le milizie di Amilcare Barca accamparsi sul monte Ercta sia stato la baia di Mondello, ma è da osservare che questa spiaggia, bassa, arenosa e molto aperta ai venti, ben poco doveva prestarsi a dar ricetto alla flotta cartaginese che sembra invece abbia trovato più comodi e sicuri ancoraggi a mezzogiorno del Monte Pellegrino e cioè verso la Consolazione e l'Acquasanta". Tuttavia non si capisce perchè lo stesso non muova alcuna obiezione a quanto riportato dallo scrittore arabo del XII sec. 'Ibn 'al 'Atir: nell'anno 848 d.C. "dieci salandre di rum (ovvero dei Cristiani), spintesi nelle acque di Palermo, gittarono l'ancora in Marsa 'at Tin (nome arabo del Golfo di Mondello, letteralmente Porto del Fango) e sbarcarono per dare il guasto".
Se le salandre cristiane poterono ancorarsi a Mondello perchè nole quinqueremi puniche?
Chi ha dunque ragione: Polibio con la sua storia "dei fatti" basata essenzialmente e preferibilmente sull'esperienza personale o il nostro contemporaneo, il La Duca, con le sue ipotesi riguardo al fondale e ai venti di Mondello ben noti anche a tutti i velisti e surfisti dell'Albaria?