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Gabriele Nuzzo

di Dario Miceli

LO SPORT IN SICILIA GIUNGLA SELVAGGIA ANATOMIA DI UN SETTORE MALE ASSISTITO
Le condizioni ambientali sarebbero ideali per realizzare il magico binomio tra sport e turismo, che potrebbe, anzi dovrebbe, fungere da volano per lo sviluppo dell'economia in Sicilia. Il numero di atleti e di società sportive iscritte nelle varie federazioni è elevatissimo,
sono 5000 le società esistenti,
tale da legittimare pienamente una presenza autorevole e costante nell'empireo dello sport nazionale. E i talenti? Ci sono e ci sono stati anche quelli (vedi Schillaci, Antibo, Pino Leto, tanto per fare qualche nome). Ma allora, che cosa manca perché il cerchio si chiuda? Come mai, nonostante questo quadro generale a prima vista favorevole, lo sport siciliano, a parte qualche rara eccezione, è destinato a restare ai margini della competizione nazionale? Per gli addetti ai lavori, la giustificazione - secondo una ben radicata abitudine culturale nostrana - è una sola:
"Mancano i soldi".
Ma siamo proprio sicuri che la prima causa di tutti i mali sia la carenza di denaro? Per la verità, dando una sbirciata alle somme stanziate ogni anno da Regione, Province e Comuni per il potenziamento delle attività sportive in Sicilia, non si direbbe. I numeri? Eccone uno per tutti: nel 1996 la Regione ha destinato allo sport una somma che si aggira intorno ai
42 miliardi.
Ai quali vanno aggiunti quelli - e non sono pochi - erogati da Comuni e Province. Questo basterebbe, insomma, per avere almeno una squadra per ogni disciplina in corsa nei massimi campionati nazionali. Invece non è affatto così. A parte le felici eccezioni di Priolo nel basket, di Siracusa e Catania nella pallanuoto e nella pallamano, di Catania nell'hockey femminile e di Palermo nel windsurf ed in qualche altra specialità velica, il resto è tutta una brodaglia insapore fatta di una miriade di medie e piccole e piccolissime realtà, assolutamente prive di un passato alle spalle e, quel che è peggio, senza alcun futuro. Per non parlare del calcio...
É dunque un problema di denaro?
Probabilmente sì, ma nel senso che è tanto, ma mal distribuito. "É vero - conferma il segretario del Coni regionale, Aldo Di Pietro -,
i contributi pubblici si perdono in mille rivoli,
mentre sarebbe più corretto individuare i settori e le realtà più significative e indirizzare in quella direzione la parte più consistente di incentivi". In realtà, un certo criterio nella distribuzione del denaro pubblico alle società sportive viene rispettato dalla Regione siciliana che, per legge, ha da alcuni anni fissato una sorta di tariffario in base al quale ciascuna società percepisce i contributi in ragione della categoria (serie nazionale o regionale, ecc...) in cui svolge la propria attività. Ma così non è per i contributi dei Comuni e delle Province, la cui "gestione" è affidata in via esclusiva agli amministratori di turno, secondo criteri del tutto variabili, quasi sempre discrezionali, talvolta clientelari. Risultato:
la politica di sostegno allo sport è di fatto una giungla selvaggia
- una delle tante, purtroppo, in Sicilia - dove però non sopravvive il più bravo e il più forte, ma chi ha più amici in questa o in quella giunta, comunale o provinciale che sia. La conseguenza è che in questo "sistema" può succedere davvero di tutto; anche che tra due società sportive che militano nello stesso campionato, l'una fruisca di contributi per decine di milioni da parte degli enti locali e l'altra, che magari opera in una altro comune o in diversa provincia, debba accontentarsi di qualche milionata prevista nel bilancio della Regione e che, si sa, se tutto va bene arriva con due anni di ritardo. Ma può succedere di peggio: ad esempio - e parliamo di fatti realmente accaduti - che la Regione decida di destinare svariati miliardi per sostenere varie attivita turistiche e sportive e non si attivi per contribuire minimamente alla realizzazione di una manifestazione di livello mondiale, come il Windsurf World Festival, l'unica con intervento di privati che da almeno un decennio esporta davvero l'immagine migliore della Sicilia (il mare, gli splendidi litorali, il sole) in tutto il pianeta, confezionando quel magico binomio di sport e turismo che da anni la classe dirigente siciliana invoca come unica soluzione possibile per il rilancio economico dell'Isola.
Ma i fiumi di parole si perdono nel mare degli sprechi
che nel settore dello sport, così come in tutti gli altri, sono sotto gli occhi di tutti. L'esempio più clamoroso è proprio quello dei centri di avviamento allo sport. In Sicilia sono centinaia, e altrettanti sono i milioni che vengono erogati a pioggia dai Comuni e dalle Province. Ma nessuno si chiede a che cosa serva allevare potenziali nuovi talenti se poi non esistono, nelle diverse discipline, società di vertice dove questi talenti possano mettersi in mostra. Perché mai un giovane dovrebbe sacrificare il proprio tempo libero ad allenarsi per ore e ore, se non ha la speranza di potere un giorno raccogliere i frutti del proprio impegno? La logica porta a queste considerazioni, ma la scelta della politica dello sport si muove in direzione opposta incentivando, cioè, le scuole di sport, e lasciando morire le società - poche, per la verità - che dimostrano di avere le carte in regola per accreditarsi ai massimi livelli. Cosicché, continuando di questo passo, presto
la Sicilia diverrà l'isola dove si coltivano le speranze e si distrugge la realtà.
Certo, chi porta avanti questa
politica potrebbe obiettare che le finalità dei centri di avviamento allo sport sono esclusivamente sociali. E su questo nulla da eccepire. Se, però, vogliamo che lo sport sia, oltre che momento di aggregazione fra i giovani, anche occasione di sviluppo per l'economia della nostra regione, è evidente che, quanto meno nella distribuzione delle risorse vi debba essere una maggiore
razionalizzazione. In definitiva, il "problema dei soldi" rischia di essere un falso problema.
Per risolverlo, basterebbe mettere attorno a un tavolo dirigenti sportivi ed enti locali e predisporre un piano di settore che stabilisca i criteri di erogaione dei contributi, a seconda del livello di attività svolta dalle società sportive. "Un'ipotesi potrebbe essere quella di assegnare ai Comuni la politica di promozione di iniziative sportive che si svolgano nell'ambito del territorio comunale, alle province le manifestazioni a carattere provinciale, e lasciare alla Regione la "gestione" dello sport di alto livello", propone Di Pietro del Coni. Ma a questo punto sorge spontaneo un altro, terribile interrogativo:
una volta messa a punto la questione dei finanziamenti pubblici, lo sport siciliano sarebbe in grado di spiccare il volo?
Gli addetti ai lavori nicchiano. Quando si comincia a parlare di organizzazione, di gestione manageriale delle società, di alta professionalità dei dirigenti, cala il silenzio. Si ode soltanto la voce lontana di qualche eroe dello sport d'altri tempi, che evoca la nostalgia dei vecchi dirigenti tuttofare, dei padri-padroni dal fiuto eccezionale i quali, sia pure con le tasche vuote ma con il cuore pieno di passione, si portavano in giro per il Paese, con mezzi di fortuna, i loro piccoli grandi talenti a conquistare titoli e medaglie. Purtroppo - o per fortuna, a seconda dei punti di vista - i tempi sono cambiati.
E oggi, con la sola forza dell'entusiasmo, non si muove foglia.
L'atleta chiede servizi, assistenza medica, e ogni altro genere di confort. Giusto o sbagliato che sia, il "romanticismo" è finito e bisogna adeguarsi. Il tempo della "gestione familiare" è ormai superato.
Le società sportive vanno gestite come vere e proprie aziende.
Ma in Sicilia, purtroppo, la classe dirigente è ancora tutta da formare, con le dovute eccezioni, anche in questo caso... . Per questo i "tecnici" del Coni Sicilia parlano della necessità di dar vita a dei corsi di formazione per dirigenti di società.
D'ora in poi saranno i manager i nuovi talenti che lo sport siciliano andrà cercando.
É questa la scommessa del duemila: superare quello stato di mediocrità che negli anni è divenuto un fenomeno endemico in Sicilia. Come? Abbandonando i piccoli orticelli e smettendo di elemosinare il denaro pubblico, per cominciare davvero a guardare allo sport come a un settore che può diventare portante dell'economia siciliana.

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